Il brivido dell’eternità
Un nuovo metodo per congelare il sangue senza cristalli riapre le speranze
per l’ibernazione. Contando sull’aiuto dei nano-robot
di Arianna Dagnino
Ibernati e felici. E’ questo il
nostro destino di esseri umani assetati d’eternità? Grazie alle ultime
notizie dal mondo delle tecnologie del freddo, quella che finora è stata una
chimera fantascientifica - la crio-preservazione - perseguita da un ristretto
manipolo di adepti potrebbe essere sdoganata fino a divenire un’idea (prima
ancora che un’applicazione) alla portata di molti. L’idea di congelare un
essere umano fino al giorno in cui si sarà resa disponibile la cura del male
che ne ha minacciato la vita o determinato la morte non è nuova. Ma l’allettante
prospettiva è rimasta tale per un dettaglio nient’affatto secondario e che ha
finora minato profondamente le fondamenta della "sospensione crionica",
popolarmente nota come "ibernazione": il possibile danneggiamento
delle strutture cellulari conseguente alla formazione di cristalli di ghiaccio
sia nella fase di congelamento che in quella di "scioglimento" al
momento di riportare il corpo (o parte di esso, magari solo il cervello) a
temperatura ambiente. Ora però Anatoli Bogdan, ricercatore all’Università di
Helsinki, ha pubblicato sul Journal of Physical Chemistry uno studio dai
risultati sorprendenti. Lo scienziato finlandese ha condotto una serie di
esperimenti con quello che in gergo tecnico è detto LDA (low-density amorphous
ice), ovvero ghiaccio amorfo a bassa densità, generato superraffreddando
lentamente goccioline acquee diluite fino a renderle ghiacciate. Messo a
temperatura ambiente, l’LDA torna a sciogliersi trasformandosi in acqua ad
alta viscosità (highly viscous water, HVW). Ed ecco il punto: "La HVW può
avere importanti risvolti pratici in medicina, criobiologia e criogenesi"
sottolinea Bogdan, "Suona fantastico ma, effettivamente, il fatto che in
una soluzione acquosa la componente acquea possa essere superraffreddata e poi
riscaldata senza che si produca una qualche forma di cristallizzazione implica
che, una volta creata l’adeguata crio-protezione, le cellule di piante e
organismi viventi potrebbero essere criopreservate e sopravvivere".
Una notizia del genere non potrà
quindi che rallegrare non solo i grandi templi americani della crionica (Alcor
in primis, che peraltro ha sempre sostenuto l’inesistenza di problemi legati
alla cristallizzazione) ma anche Alexei Potapov, che nel 2005 ha deciso di
fondare a Mosca KrioRus (http://www.kriorus.ru), la prima azienda crionica al di fuori
degli Usa, con lo scopo di consentire a sé stesso e ai propri familiari di
congelarsi a morte avvenuta fino a quando la medicina non avrà trovato il modo
di riportarli in vita. Nel frattempo, Potapov, che come gli altri soci fondatori
della sua società si dichiara un "transumanista" e crede che la
tecnologia possa essere utilizzata per trasformare la vita umana posticipando
indefinitamente la morte, ha ufficialmente inaugurato il suo business
"immortale": per 9mila dollari chi vorrà potrà affidarsi a KrioRus
per trascorrere l’eternità, o perlomeno una sua porzione, in stasi crionica.
I primi due clienti (o meglio, in questo caso i loro cervelli) sono già
"in ghiacciaia": si tratta della materia cerebrale di Lidia Fedorenko,
un’insegnante di matematica deceduta all’età di 79 anni (il nipote ha
deciso di seguire alla lettera le sue ultime volontà: "fatemi risorgere e
vivere ancora 200-300 anni") e di un ricco uomo d’affari sessantenne
(coperto dall’anonimato) morto nel 2002 per un cancro alla gola.
Quando, 30 anni fa, vennero
congelati i primi corpi, ci fu chi profetizzò che nel giro di tre decenni
sarebbe stato trovato il modo di riportarli in vita. Ad oggi non c’è alcun
segno di resurrezione post-ibernazione, per quanto si facciano parecchi
esperimenti al riguardo, anche con un discreto successo. Un’équipe di esperti
del Massachusetts General Hospital di Boston ha ibernato e riportato in vita 200
maiali (con una percentuale di successo del 90%). E all’università di
Pittsburg è riuscito un esperimento su cani eseguito con un approccio
tipicamente criogenetico, ovvero con la sostituzione del sangue, il congelamento
e l’arresto cardiaco. Risale infine all’aprile dell’anno scorso la
pubblicazione su "Science" (rigorosissima pubblicazione scientifica)
dei risultati di un esperimento compiuto da un team del Fred Hutchinson Cancer
Research Center in cui le funzioni vitali di un gruppo di topi sono state
rallentate. "In questo modo si crea una sorta di coma ipodermico, con un
battito di cuore lentissimo per impedire la degenerazione di tessuti attaccati
da una malattia. La tecnica potrebbe essere una valida alternativa tanto
all’eutanasia quanto all’accanimento terapeutico. Insomma, una terza via nel
quadro della contrapposizione bioetica tra laici e cattolici", spiega
Riccardo Campa, sociologo della scienza, professore all’Università di
Cracovia e direttore della World Transhumanist Association, "Il vero
problema, infatti, è che le persone ora morte non devono soltanto essere
risvegliate ma anche ‘aggiustate’ e non c’è nessuna garanzia che questo
sia possibile". Perlomeno non oggi. Ma la speranza non è svanita,
semplicemente si è riorientata e ora risiede nelle potenzialità offerte dalle
nanotecnologie, grazie alle quali forse un giorno si potranno costruire nanobots
(robot dalle dimensioni infinitesimamente piccole) in grado di riparare le
cellule a livello molecolare e ricreare nel cervello – l’organo più
importante – le connessioni neuronali danneggiate se non addirittura
aggiustare uno ad uno i singoli neuroni. "Grazie alle nanotecnologie
potremo donare alle cellule nuova vita", dice Potapov, che a 29 anni e con
una formazione da programmatore informatico dimostra una disarmante fiducia
nella scienza e nella tecnologia. E anche nel caso in cui il nostro corpo –
una volta ‘redivivo’ - fosse troppo malandato per essere riparato e
ritrovare tutta la sua funzionalità, le tecnologie del futuro fornirebbero un’alternativa:
"Quando mia nonna resusciterà potrà scegliersi un nuovo corpo. Per allora
saranno stati inventati nanobot in grado di trasmettere informazioni dettagliate
dai suoi neuroni a un computer", ha pronosticato in un’intervista al
"St. Petersburg Times" Daniil Fedorenko, il nipote che ha fatto
congelare il cervello della sua patriarca. In pratica, Fedorenko auspica la
possibilità che la mappatura dettagliatissima del nostro cervello operata dai
nanobot del futuro possa servire a creare un nuovo cervello, e da qui un nuovo
corpo, dunque una nuova vita, attraverso quello che tecnicamente viene definito
l’"uploading", il trasferimento della mente da un supporto biologico
a un altro supporto biologico o, addirittura, a un supporto sintetico.
"Potremo mettere i nostri cervelli in corpi più sani e robusti, magari
utilizzando organi creati in laboratorio e arti robotizzati", sostiene
anche Potapov.
"D’altronde", dice
Campa, "se la sospensione crionica è solo un’ipotesi la putrefazione è
una certezza, perciò per alcuni vale comunque la pena di tentare. Se anche la
probabilità di essere resuscitato è bassa è comunque superiore a zero. Essa
non dipende tanto dal momento in cui inizia la sospensione, ma dagli sviluppi
tecnici della società, da ciò che faranno gli scienziati là fuori in futuro.
Ancora non abbiamo le tecniche di rianimazione nanotecnologica, ma per il
sospeso non cambia nulla. Essere resuscitato fra cento o mille anni non fa molta
differenza. Per il sospeso trascorre sempre e comunque soltanto un istante.
Direi che per me sarebbe anche secondario il tipo di supporto della mia nuova
vita: un corpo biologico riparato e ringiovanito o un corpo nuovo sintetico nel
quale entrerei grazie all’uploading. L’importante è esistere". Questo
è quello che da oltre trent’anni va sostenendo il padre della crionica,
Robert Ettinger, che alla veneranda età di 88 anni continua a sfidare i suoi
contemporanei e a sostenere che i dubbi espressi sulla crio-preservazione
derivano da un’inerzia culturale: "L’umanità ha accettato l’inevitabilità
della morte, con le grandi religioni monoteiste che attribuiscono tutte le
speranze a una vita eterna dell’anima, non del corpo".
"Eppure, anche qualora avessero ragione i
dualisti come Pitagora, Platone o Cartesio, secondo i quali potremmo essere un’anima
in un corpo e, dunque, quando il corpo si spegne l’anima se ne va altrove, per
sempre, io credo che la scelta crionica avrebbe comunque un senso",
conclude Campa, "Pensiamo al grande significato scientifico che avranno i
corpi degli Homo sapiens per gli esseri senzienti del futuro. Se oggi gli
antropologi potessero disporre di corpi perfettamente conservati di Homo habilis
o Homo erectus potrebbero ottenere risposte a quesiti scientifici di importanza
decisiva. Sospendersi crionicamente può allora essere visto anche come un gesto
altruistico nei confronti della scienza e dell’umanità futura."







